Milano, 22 giugno 2016 - Santa Giulia, passa la linea del Comune. Tradotto: l’area Nord del quartiere Montecity-Rogoredo va bonificata a fondo prima di costruirci sopra il borgo a misura d’uomo immaginato da Norman Foster; e di conseguenza la procedura da mettere in atto dovrà essere giocoforza ben più invasiva (e costosa) di quella prevista dalla proprietà nell’Analisi di rischio respinta al mittente dalla Conferenza di servizi nel marzo 2014. A più di due anni da quella bocciatura, ieri è arrivato il pronunciamento del Tribunale amministrativo della Lombardia, al quale proprio la società Milano Santa Giulia spa si era rivolta per contestare l’azione di Palazzo Marino, ai tempi rappresentato dal vicesindaco e assessore all’Urbanistica Ada Lucia De Cesaris (che ha sempre avuto particolarmente a cuore il dossier): ricorso rigettato, il verdetto del collegio presieduto da Alberto Di Mario; improcedibili per sopravvenuta carenza d’interesse pure le altre due istanze presentate tra 2011 e 2013. Un groviglio di carte bollate che potrebbe finire presto sul tavolo del Consiglio di Stato, cui quasi certamente i legali della proprietà si appelleranno per provare a ribaltare la sentenza. Strada stretta anziché no, a dir la verità, visto che le conclusioni del Tar sono piuttosto categoriche. Anche perché affondano le radici nella relazione stilata dagli esperti di Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) e Iss (Istituto superiore di Sanità) sulla base delle analisi di Arpa Umbria. In sostanza, ai tecnici è stato chiesto: sono stati rispettati i dettami del Piano scavi del 2004 oppure in quella zona sono stati depositati terreni e materiali inquinati che ne hanno modificato la consistenza rispetto a quanto presente dagli anni ’70? Domanda legittima, se è vero che nel luglio 2010 quei 300mila metri quadrati finirono sotto sequestro a valle di un’inchiesta giudiziaria sulle mancate bonifiche.
La risposta del Tar: "La ricollocazione del terreno nel sito è avvenuta in difformità rispetto alle previsioni del Piano scavi del 2004". Conseguenza: "I materiali recentemente movimentati e depositati, anche in violazione di specifici atti di regolamentazione, non possono che essere considerati rifiuti e quindi devono essere destinati allo smaltimento". Tre le strade percorribili: rimozione, trattamento anti-contaminazione o messa in sicurezza permanente. Un percorso molto dispendioso, che potrebbe richiedere più degli 80 milioni di euro accantonati dalla proprietà a tale scopo. Pure su questo punto, i giudici sono chiarissimi. Premesso che "la normativa ambientale considera quale elemento di valutazione della fattibilità degli interventi anche la sostenibilità a livello finanziario", va ricordato che "tale elemento appare certamente recessivo rispetto all’obiettivo di ripristino ambientale, che rimane la finalità principale da perseguire". Proprio il caso di Santa Giulia, riflette il Tar: "Le esigenze di recupero ambientale e di tutela della salute si sono rivelate di gran lunga più pregnanti e consistenti rispetto all’astratta sostenibilità finanziaria degli interventi richiesti in capo al privato".