lunedì 13 ottobre 2014

Pensare alla grande

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Il rilancio delle periferie

di Maurizio De Caro

È possibile parlare di periferie senza usare la retorica.Possiamo guardare alla parte «lontana» dal centro con occhi scientifici, propositivi e forse immaginifici. Se si considera che la nostra città ha visto trasformazioni epocali, a partire dalla nascita, dopo mezzo secolo, del centro direzionale Garibaldi-Isola, possiamo sperare in un cambio di mentalità rispetto alla grande fabbrica del degrado che assedia la bellezza iconica dei grattacieli. Da sempre i quartieri dell’«altra» città sono stati avvolti da un alone di mistero dovuto anche ad una scarsa conoscenza delle energie che, esistono e potrebbero sprigionarsi, e dalle possibilità sperimentali che quelle grandi aree consentono. Non è solo una questione di Pgt (piano generale del territorio),di norme o di indici di edificazione ma di visione, di slancio concettuale, di agenda di priorità. Finita la stagione degli insediamenti-dormitorio, dei set di Visconti, quell’enorme pezzo di Milano non ha avuto la fortuna di cambiare passo perché le politiche estetiche conservatrici, hanno voluto mantenere, a costi elevatissimi, modelli abitativi desueti e non inclusivi, da un punto di vista sociale, antropologico e culturale. Serve meno «immobiliarismo» e più ricerca urbana integrata e se il ragazzo della via Gluck non abita più lì, è perché quella idea di società e di architettura non è conforme alle sue attuali esigenze. Certo periferia non è solo casa, residenza, quartiere. Sarebbe bello far diventare attraenti quei luoghi che la rendita fondiaria dominante non ha mai considerato, a dispetto di coloro i quali creano finta bellezza solo in relazione alla distanza da Piazza Duomo, concentrando ogni funzione nel raggio di un chilometro. Pubblico e privato possono dialogare in questo nuovo capitolo di un romanzo troppe volte interrotto, c’è ancora molto da scrivere, c’è ancora da fare dopo quello che abbiamo visto nascere, che è frutto di una visione moderna ma non contemporanea. Ora è tempo di crederci e andare verso l’esterno della «zona uno» può essere anche una modalità per dare ad ogni parte di Milano la giusta importanza, guardare meglio la nostra storia, anche recente servirà a darci suggerimenti utili, vedere un mondo considerato un costo e non una risorsa del territorio. Un’ultima considerazione, addossare alla crisi il perpetrarsi di dubbi e incertezze propositive, è un alibi poco credibile perché proprio quando tutto sembra compromesso è il momento per dare allo scenario in cui viviamo un’ipotesi di futuro, un sogno concreto. Se dobbiamo sognare, in centro o fuori dal centro, è meglio farlo alla grande.